HomeEsteroTrump, gli Ayatollah e la pace che non c’è

Trump, gli Ayatollah e la pace che non c’è

di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – Il Presidente Donald Trump e il coro di chierici che egli chiama Governo degli Stati Uniti, stanno per annunciare un accordo con il Governo di Teheran. Indipendentemente dai suoi contenuti, da Washington sarà definito “epico” oppure “storico” o, ancor meglio, “il miglior affare di sempre”. E chi lo criticherà verrà relegato al mondo delle “fake news”. E tuttavia, checché ne dica la Casa Bianca, la verità sembra essere che l’Iran degli Ayatollah questa guerra può plausibilmente affermare di averla vinta.

Per tre fattori purtroppo incontrovertibili. Il primo è che dopo mesi di bombardamenti il regime non è affatto crollato come in gennaio e febbraio sembrava stesse per accadere per via endogena. Al contrario, per ora si è rafforzato grazie all’efficace repressione del dissenso, costata la vita a molte decine di migliaia di persone alle quali l’America aveva promesso “help is on the way”.

Il secondo fattore è che anche se dovesse rinunciare ai suoi circa 400 kg di uranio arricchito al 60 per cento, parcheggiandolo in Russia, l’Iran avrebbe scoperto, in alternativa, una “weapon of mass disruption”, ossia la chiusura dello Stretto di Hormuz, ben più efficace e di più facile impiego della “weapon of mass destruction”, ossia della bomba nucleare alla quale comunque Israele non gli avrebbe consentito di avvicinarsi.

L’operazione militare e di intelligence israeliana nel giugno dell’anno scorso aveva polverizzato i siti iraniani ed eliminato per anni qualsivoglia capacità di difesa antiaerea. I B-2 americani hanno finito l’opera con le mega bombe penetranti, che tuttavia hanno soltanto aggiunto migliaia di tonnellate di detriti sopra i contenitori dell’uranio, senza “obliterarli” come Trump ha prematuramente annunciato. Sicché il rischio che l’Iran arrivasse a breve a costruire un ordigno nucleare, a fine febbraio, ossia quando è iniziata questa guerra, non era né imminente né concreto. E invece, grazie alla minaccia costituita da un pugno di barchini armati, qualche migliaio di droni del valore di poche decine di migliaia di dollari e un po’ di missili, l’Iran ha dimostrato di poter chiudere a piacimento lo Stretto di Hormuz e tenere in ostaggio l’intera economia occidentale e i livelli della nostra inflazione.

Il terzo fattore per il quale l’Iran può dichiarare vittoria è che l’America, dimostrabilmente, non è stata in grado di difendere le monarchie del Golfo Persico dagli attacchi iraniani con missili e droni. Per la verità, non ha potuto difendere neanche compiutamente le proprie basi nell’area. Le sue installazioni militari infatti sono state colpite almeno 16 volte da missili balistici iraniani non intercettati. Ancor meno gli americani hanno potuto difendere le raffinerie e gli importanti impianti per la liquefazione del gas in Qatar. Su 5 missili iraniani lanciati contro Ras Lafan, uno solo ha colpito l’impianto ma è stato più che sufficiente a scatenare un incendio che ha ridotto per i prossimi 3-5 anni di circa un terzo la capacità di export di gas dal Qatar verso l’Occidente. Per la verità, quelle monarchie non sono mai state in grado di difendersi dall’Iran e per questa ragione erano alleate con gli Stati Uniti. Adesso, con la possibile eccezione degli Emirati Arabi Uniti che si sono avvicinati a Israele, i Paesi del Golfo Persico dovranno inevitabilmente inchinarsi alla supremazia regionale iraniana. Anche nella speranza, probabilmente vana, di tornare a presentarsi al mondo come paradisi fiscali e isole di tranquillità per ricchi russi, europei o asiatici non in sintonia con il Fisco dei loro Paesi.

Il corollario tutt’altro che marginale dell’accordo tra Iran e Stati Uniti sarà il graduale smantellamento delle pesanti sanzioni economiche e sull’export di petrolio iraniano. Dopo decenni, le sanzioni stavano finalmente mettendo in ginocchio il regime teocratico che non appariva più in grado di sussidiare le importazioni di derrate alimentari ed altri beni di cui aveva necessità, per comprare consenso.

A inizio 2026, la macchina della repressione del regime, tra Guardie Rivoluzionarie, Servizi Segreti, Polizia e Majilis, ammontava a oltre un milione di persone che nei primi mesi dell’anno si sono viste decurtare paghe, privilegi e i pedaggi della corruzione che in un’economia allo stremo non possono che ridursi progressivamente. L’embargo navale americano adesso stava facendo il resto, impedendo anche l’export illegale di petrolio verso la Cina ed avvicinando il momento del redde rationem degli Ayatollah con il loro popolo. Ma tutto questo poco conta rispetto alle esigenze personali di Trump che pensa alle elezioni parziali di novembre con il terrore che i Democratici conquistino la maggioranza in uno dei rami del Congresso ed avviino campagne politiche per l’impeachment.

Le personali scadenze patrimoniali e politiche di Trump vengono prima di tutto. Adesso lo comprendono i monarchi del Golfo, l’avevamo già capito noi europei in Ucraina e nella NATO. Presto dovrà prenderne atto anche Israele, per la cui eliminazione come Stato sovrano la politica dell’Iran non è mai cambiata, dopo l’arrivo trionfale a Teheran di Khomeini nel lontano 1979. Né potrà cambiare finché il regime iraniano non crollerà. È passato quasi mezzo secolo da quel 1° febbraio del 1979 ma le cose non sono diverse da allora in quella parte del mondo, neanche dopo i quasi 3 mesi di questa guerra. Nessuno può escludere, tutt’altro, che tra un anno le petroliere che passeranno lo Stretto di Hormuz dovranno dimostrare di appartenere ad armatori che non commerciano con Israele né con i Paesi che ancora avranno l’ardire di essere amici dello Stato ebraico. Dopodiché, certo, neanche gli Ayatollah sono eterni. Magari un giorno cadranno sotto il peso della rivolta di 90 milioni di persone. Ma intanto continueranno a finanziare movimenti terroristici nel mondo. E l’Occidente continuerà a dibattere se definirli tali. 

(*) Ambasciatore A.R.

– Foto IPA Agency –

(ITALPRESS).