HomeEsteroCastellaneta “Trump punta sull’incertezza di Hormuz, con Israele obiettivi divergenti”

Castellaneta “Trump punta sull’incertezza di Hormuz, con Israele obiettivi divergenti”

di Lucia Rotta

ROMA (ITALPRESS) – Le ultime ore hanno visto gli Stati Uniti di Donald Trump muoversi su più tavoli nel quadrante mediorientale, nel tentativo di dipanare una matassa che appare sempre più intricata agli occhi degli osservatori internazionali. L’amministrazione americana ha optato per il pugno di ferro, almeno a parole, con l’Iran, con cui è scaduta la fragile tregua di 60 giorni, mentre ha scelto il tavolo della diplomazia per confrontarsi con Israele sulla questione Gaza.

Sul fronte iraniano l’attenzione resta puntata sullo Stretto di Hormuz, che Trump ha definito “territorio Usa” in una mappa geografica postata sul social Truth. Secondo l’ambasciatore Giovanni Castellaneta, intervistato dall’agenzia Italpress, il gesto, più che l’annuncio di un’escalation reale, “sembra il solito sfoggio di muscoli a cui Trump ci ha abituato” in questi mesi.

“Difficilmente gli Stati Uniti hanno oggi le scorte di missili per una nuova campagna su vasta scala dopo i bombardamenti della scorsa estate”, osserva Castellaneta. “È invece più probabile che (Trump) punti a mantenere l’incertezza su Hormuz come leva negoziale contro Teheran e come strumento di pressione indiretta su Pechino, grande importatore di greggio iraniano”, prosegue il diplomatico, secondo il quale l’approccio verso il nemico “esterno” va anche letto attraverso il prisma della politica interna americana.

“Con le elezioni di mid-term che si avvicinano, Trump ha sempre più necessità di dimostrarsi vincitore per convincere un’opinione pubblica sempre più critica”, commenta Castellaneta.

La pubblicazione della mappa di Hormuz segue di un giorno la scadenza ufficiale della tregua con l’Iran, e nelle stesse ore in cui scadeva quella tregua, attorno al tavolo delle trattative sedevano invece a Gerusalemme l‘inviato Usa Jared Kushner, i rappresentanti del Board of Peace voluto da Trump e i vertici israeliani, per discutere del Piano di pace per Gaza.

I lunghi colloqui non hanno portato a risultati concreti, con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha insistito su un disarmo completo di Hamas come precondizione irrinunciabile per ogni passo in avanti. “Possiamo certamente parlare di obiettivi divergenti: Washington e Tel Aviv non hanno sempre la stessa visione. Trump ha bisogno di una tregua da rivendicare in vista dei prossimi mesi; Netanyahu risponde alle logiche della propria coalizione e non intende cedere terreno prima del disarmo di Hamas”, osserva l’ambasciatore Castellaneta secondo cui il Board of Peace, “per ora, resta più un’architettura sulla carta” che uno strumento operativo capace di imporsi sul terreno. Castellaneta non definisce però quello del Board of Peace “un vero e proprio fallimento”, ma piuttosto l’assenza di un potere decisionale forte da parte di una struttura che non ha ancora avuto modo di lavorare concretamente”.

Restando in Medio Oriente, la Cisgiordania è, per il diplomatico, “uno dei fronti meno raccontati ma più indicativi degli equilibri interni israeliani”. Castellaneta osserva che “la presenza militare non basta a fermare le azioni dei coloni, segno che nel governo Netanyahu la componente più oltranzista continua ad avere una forte influenza e peso politico”.

Per l’ambasciatore, si tratta di “un elemento che complica ulteriormente qualsiasi ipotesi di stabilizzazione regionale, perché mina la credibilità di Israele come interlocutore affidabile agli occhi degli attori arabi coinvolti nei negoziati su Gaza e sul futuro dell’area”. Anche il Libano resta “un fronte aperto” nel quadrante mediorientale.

I negoziati tenuti a Roma con la mediazione Usa non hanno prodotto esiti tangibili immediati, a fronte invece di un’escalation militare registrata negli ultimi giorni.

“I colloqui di Roma son stati un primo passo di un percorso ampio e tortuoso, con l’Italia che sta svolgendo un ruolo attivo nella questione”, dichiara Castellaneta. “Un cessate il fuoco, quello imposto da Trump a Netanyahu, sicuramente fragile, come dimostrano gli episodi di violenza registrati anche contro la missione Unifil”, commenta ancora. “Gli spiragli futuri dovranno passare da un disarmo graduale e negoziato di Hezbollah accompagnato da garanzie economiche e ricostruttive per Beirut: un processo lento, che richiederà vario tempo, non un accordo imminente”, conclude Castellaneta.

-Foto Italpress-
(ITALPRESS).