HomeEsteroIl Venezuela dopo Maduro farà rima con il passato?

Il Venezuela dopo Maduro farà rima con il passato?

di Vincenzo Petrone*

ROMA (ITALPRESS) – La vera originalità, se così può definirsi, dell’intervento di Trump in Venezuela non sta affatto nella cyber weapon che ha paralizzato i sistemi informatici del Governo venezuelano poche ore prima che la Delta Force allontanasse dal mondo dei vivi la scorta cubana di Maduro. È probabile che gli alti ufficiali venezuelani che la CIA aveva da mesi arruolato siano stati più determinanti dell’arma che il Presidente Trump si è vantato di aver usato per accecare il Governo di Caracas.

La particolarità dell’approccio americano sta invece nel “dopo” Maduro. Nel concept in base al quale si liberalizza l’economia del Paese oggetto del colpo di mano militare, la si apre al business per le società petrolifere texane ma non si allenta minimamente la presa della dittatura bolivariana, anche se è stata decapitata. Tutt’altro: la si lascia intatta, e se ne sostituisce soltanto il vertice con degli insider scelti tra gli attori non protagonisti, i comprimari. E a questi ultimi si dà il compito di gestire il Paese come ritenuto più opportuno per assicurare la ripresa dell’economia e il riposizionamento di questa in armonia con gli interessi degli Stati Uniti.

A Caracas sono stati liberati circa 200 detenuti politici, tra i quali due nostri connazionali. Altrettanti o più sono però gli esponenti dell’opposizione che hanno preso il loro posto nel famigerato “El Helicoide”, la struttura a spirale progettata per essere un centro commerciale e trasformata da Maduro nella sede del Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional.

La vicepresidente Delcy Rodríguez, che ha sostituito Maduro nel controllo del Paese, ha licenziato qualche fedelissimo del presidente deposto e qualche generale, ma ha lasciato intatti gli apparati della polizia e dei servizi segreti. E ha lasciato che tra i protagonisti della nuova ondata repressiva vi siano anche stavolta i “colectivos”, quei ceffi in motocicletta che tutti hanno visto in televisione caricare la folla dei dimostranti. Costoro collaborano con la “Guardia Civil Bolivariana”. Parliamo di miliziani assoldati dal regime, che li ha riforniti di armi automatiche e mezzi di trasporto. Mentre questi gentiluomini dissipavano con le spranghe le aspettative di libertà dei venezuelani, la vicepresidente Rodríguez mandava negli Stati Uniti 300 milioni di petrolio già destinati alla Cina, che questa avrebbe pagato molto meno dei prezzi di mercato. Il ricavato della vendita è stato immesso nel circuito commerciale e monetario interno.

L’aspettativa è che le sanzioni americane saranno inevitabilmente smantellate in pochi mesi, purché la Delcy Rodríguez non si metta in mente di fare di testa sua. E così, da giorni nel Paese si vedono i primi manager americani che vengono a visitare miniere, fabbriche, aziende. Tutto si può comprare e costa poco o nulla dopo un quarto di secolo di demagogia chavista, o bolivariana se suona meglio. Sta prendendo forma una prima, timida ondata di relativo ottimismo nel Paese e nella finanza internazionale, che comincia a sperare che almeno una parte dei titoli di credito vantati verso lo Stato e le società statali venezuelane possano valere un domani più della carta su cui sono stampati. Persino la Borsa ha iniziato a dare i primi segni di vita.

La scommessa politica è che la ripresa delle attività economiche e imprenditoriali possa rapidamente migliorare le condizioni di vita e portare a un clima politico favorevole al governo della Rodríguez. Nel presupposto che quest’ultima, a prescindere dalle sue dichiarazioni dell’altro ieri (“siamo stanchi dei diktat degli Stati Uniti”), segua la linea dettata da Washington e riorienti subito il Paese verso il Nord, lontano quindi da Pechino, Mosca e Teheran sul piano dell’export di petrolio e dell’accoglienza degli investimenti esteri.

La CIA ha fatto filtrare oggi che sta per aprire un “annex” a Caracas, fuori dall’edificio dell’ambasciata statunitense, per potersi agevolmente muovere senza rumore nei ministeri venezuelani, per consigliare e sorvegliare chi deve realizzare le direttive. A Washington le agenzie di spionaggio stanno discutendo in gran segreto come smontare le reti di solidarietà della dirigenza venezuelana con russi, cinesi e iraniani, senza dover rivelare fonti e procedure di intelligence che hanno consentito alla CIA di mappare collusioni, connivenze e corruzione.

In definitiva quindi, Trump e i suoi stanno tentando di sperimentare sul terreno, partendo da Caracas, un nuovo modello di “regime change”, cambio forzoso di regime, senza invischiarsi militarmente e per molto tempo nel Paese. L’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan e dei fallimenti politici e militari durati vent’anni hanno lasciato un segno indelebile nella memoria della politica, del Pentagono e della CIA.

A ben guardare, per alcuni versi il progetto venezuelano di liberalizzazione dell’economia senza smantellare le strutture di governance della repressione politica porta un po’ impresso un marchio di proprietà intellettuale. Ed è il marchio che fa capo al piccolo, grande uomo della Cina moderna, Deng Xiaoping, che attraverso le riforme lanciate con il famoso discorso del 1978 mise fine alla follia autoritaria di Mao Tse Tung e lanciò il programma di liberalizzazione che ha fatto della Cina quel gigante inarrestabile che conosciamo. Deng Xiaoping non sfiorò neanche con un dito l’apparato del Partito Comunista Cinese e la sua presa ferrea su tutte le strutture della società cinese. Con la strage di Piazza Tian’anmen, undici anni dopo, Deng ribadì il concetto. E Xi Jinping, a partire dal 2013, ha dato nuova forza a questa morsa d’acciaio politica, estendendola e raffinandone gli strumenti grazie alla tecnologia digitale, proprio quella che noi in Occidente credevamo avrebbe distrutto il comunismo.

Il leader di un altro grande Paese comunista, Mikhail Gorbacev, tentò invece di riformare al tempo stesso l’economia e la politica. Ma fallì nel giro di pochissimi anni e preparò la fine del comunismo sovietico e la dissoluzione della stessa Unione Sovietica.

Oggi sarebbe imprudente prevedere il successo o il fallimento del modello interventista ibrido che Trump sta sperimentando in Venezuela. Due cose però appaiono già evidenti. La prima è che l’esponente politico che il popolo ha scelto ma non ottenuto come proprio leader, Corina Machado, non entra per ora nell’equazione politica di Trump in Venezuela. La seconda è che la repressione in Venezuela non è finita, tutt’altro. È concepibile che nessuna delle due cose turbi il sonno del Presidente degli Stati Uniti.

Il prossimo Paese nel quale CIA e Casa Bianca potrebbero voler utilizzare il format Venezuela potrebbe essere Cuba, non appena il regime castrista cadrà per effetto dei mancati rifornimenti di petrolio chavista. Tuttavia, se in queste ore Trump stesse meditando di applicare un ibrido del genere anche in Iran, allora potrebbe cominciare a soffrire di insonnia per qualche tempo. Per dimensioni, tradizioni e sofisticazione, l’Iran è tutta un’altra storia.

* ambasciatore a.r.

– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).