ROMA (ITALPRESS) – La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran rischia di trasformarsi in un confronto prolungato da cui non si vede una via d’uscita, e in cui, allo stato attuale, Israele non sarà coinvolto. Ne è convinta Sima Shine, già responsabile del dossier Iran nel servizio di intelligence israeliano Mossad e oggi ricercatrice dell’Institute for National Security Studies (INSS), secondo cui “il vero nodo del confronto non è più il programma nucleare, bensì il controllo dello Stretto di Hormuz”.
Il punto 5 del memorandum d’intesa di Islamabad fra Stati Uniti e Iran firmato il 17 giugno scorso stabiliva che Teheran avviasse nei 60 giorni successivi consultazioni con l’Oman e con gli altri Stati costieri del Golfo Persico “per definire la futura gestione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz”, ma è proprio questo il punto che ha portato alla nuova escalation.
“Implicitamente”, questo punto del Memorandum dà all’Iran “voce in capitolo su ciò che sarebbe accaduto nello Stretto di Hormuz”, evidenzia l’esperta, sottolineando che poi “gli iraniani hanno predisposto un passaggio nel mezzo dello stretto, sotto il loro controllo, e hanno obbligato ogni nave e ogni container a ottenere il permesso da uno specifico organismo (Persian Gulf Strait Authority, Pgsa, ndr.)”.
In seguito alla mossa di Teheran, gli Stati Uniti hanno reagito scortando le navi lungo la costa omanita, consentendo loro di transitare senza l’autorizzazione iraniana. “Gli americani, ovviamente, non volevano permettere all’Iran di essere l’unico a consentire il transito delle navi nello stretto, e hanno scortato navi che potevano navigare molto vicino alla costa omanita, aggirando così la necessità di ottenere qualsiasi permesso dagli iraniani. Ma l’Iran ha capito che in questo modo non sarebbe stato in grado di controllare tutto ciò che transitava nello stretto”, afferma Shine.
È in questo contesto che matura l’attacco iraniano del 7 luglio contro tre mercantili nelle acque dello Stretto di Hormuz. L’attacco iraniano è stato “lieve” e “inizialmente gli Stati Uniti hanno reagito in modo molto moderato. Poi il presidente americano Trump ha ritenuto che, reagendo in modo così lieve e controllato, avrebbe solo incoraggiato gli iraniani a proseguire, e quindi ha iniziato ad intensificare gli attacchi”, afferma Shine.
Secondo l’esperta “molti, non solo gli iraniani, ma anche molti israeliani, abbiano fatto un errore di valutazione su Trump, e hanno capito che, a causa delle elezioni di metà mandato – previste a novembre – e dei Mondiali di calcio, non avrebbe voluto riprendere gli attacchi”.
“Siamo ormai nel pieno di una guerra e il tema fondamentale è che non vedo come questi due Paesi possano trovare un compromesso su questa questione. Perché per gli iraniani la questione di Hormuz (del suo controllo) è una conquista strategica”, sostiene l’esperta, secondo cui “adesso è molto più importante del programma nucleare, perché quest’ultimo ha subito un danno enorme. È molto più importante, perché se riuscissero a ottenere la capacità di ispezionare tutti i trasferimenti nello Stretto di Hormuz, si tratterebbe di un risultato strategico che non avevano prima della guerra. È qualcosa che gli iraniani sanno di poter usare come minaccia in futuro”.
Shine evidenzia che il controllo di Hormuz non rappresenta soltanto una questione strategica regionale, ma anche “un risultato economico” e “proprio perché si tratta di un risultato così importante per l’Iran, gli Stati Uniti non vogliono concludere la guerra con un simile successo per l’Iran. Quindi non vedo proprio come, se entrambe le parti continuano a essere sulla stessa lunghezza d’onda, possano trovare un compromesso e raggiungere un accordo”, chiosa Shine, secondo cui “la situazione attuale potrebbe protrarsi” settimane o mesi, anche perché “Trump non crede che possa cambiare l’esito delle elezioni di metà mandato, perché la maggior parte degli americani non sta seguendo quello che sta succedendo nel Golfo”.
L’aspetto su cui concentrarsi, secondo Shine, è comprendere “chi ha le capacità economiche e la resilienza per resistere più a lungo in una situazione del genere”. Pur ammettendo di non avere una risposta univoca, l’analista sottolinea un aspetto “interessante”, ovvero che “gli Stati Uniti stanno attaccando soprattutto la costa di Bandar Abbas e lungo Hormuz. Non stanno attaccando solo il sistema militare, i sistemi antiaerei, antimissile e altri, ma anche le infrastrutture, ponti, strade, linee ferroviarie, al fine di impedire che i rifornimenti raggiungano a Bandar Abbas”.
Questi attacchi stanno alimentando in Iran le ipotesi di un possibile sbarco terrestre, ma Shine ritiene improbabile questa eventualità. “Credo che per Trump sia troppo difficile avere truppe di terra e subire perdite. E penso che preferisca minacciare con questa capacità, ma non credo che ora voglia farlo”, afferma l’esperta, secondo cui anche la minaccia dell’Iran di lanciare un’operazione di terra in Kuwait “non rappresenta un piano reale, ma un modo per far desistere gli Usa dall’inviare truppe di terra”.
Intanto, sul piano diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto che gli Usa sono aperti alla diplomazia, mentre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ismail Baghaei, pur confermando nuovi contatti con Washington attraverso i mediatori, ha puntualizzato che guerra e diplomazia non si escludono a vicenda. “La diplomazia è uno strumento che utilizziamo per tutelare gli interessi nazionali del nostro Paese, esattamente come la guerra”, ha detto.
Sullo sfondo resta anche il riavvicinamento tra Israele e Libano, sostenuto dagli Stati Uniti, che secondo Shine rappresenta un elemento di pressione su Teheran. Shine sottolinea come il graduale dispiegamento dell’esercito libanese in alcune aree, con il sostegno del Comando centrale statunitense (Centcom), rappresenti un cambiamento significativo negli equilibri del Paese.
“L’esercito libanese sta entrando in alcune zone per assicurarsi che Hezbollah non sia lì e questo è visto come una minaccia per Teheran”, aggiunge l’esperta, ricordando come gli iraniani volessero includere la risoluzione delle tensioni nel Libano meridionale nel memorandum d’intesa di Islamabad. Quanto al possibile coinvolgimento di Israele, l’ex dirigente dell’intelligence ritiene che, almeno per ora, non sia uno scenario realistico. Israele sta mantenendo una postura di deterrenza, ma finché l’Iran non colpirà direttamente lo Stato ebraico non vede un suo ingresso nel conflitto. Un eventuale coinvolgimento dipenderà esclusivamente da una decisione della Casa Bianca, per l’esperta.
“Non credo che Israele inizierà un attacco. Israele è completamente sotto l’ombrello americano. E per quanto ne so, al momento né gli americani né, ovviamente, gli iraniani, dato che non attaccano Israele, vogliono allargare l’attacco”, afferma Shine. L’analista aggiunge: “Capiscono che coinvolgere Israele trasformerebbe la situazione in una guerra su vasta scala. Non credo che gli americani lo vogliano. E Israele non inizierà nulla di sua iniziativa”.
Tuttavia non è completamente escluso un ruolo di Israele, dove nelle ultime ore sono arrivate altre decine di aerei cisterna utili al rifornimento dei caccia in volo, ma dipende da Trump. “Potrebbe succedere se Trump decidesse che ciò supporta la sua campagna. Ma per ora, non vedo questo scenario. Penso che Israele stia cercando di minacciare l’Iran, ma si vede che l’Iran per ora non attacca Israele. Quindi non credo che Israele interverrà”, conclude.
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