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All’Onu la minaccia di Trump “Accordo con l’Iran o anniento la Repubblica islamica”

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Annientare la Repubblica islamica”. Donald Trump sceglie il podio delle Nazioni Unite per pronunciare la minaccia più grave del suo lungo discorso all’Assemblea Generale. Non parla esplicitamente di distruggere l’Iran né di colpire la popolazione civile, e non evoca l’uso dell’arma nucleare. Ma le parole scelte dal presidente americano sono inequivocabilmente minacciose: se Teheran non accetterà un accordo, Washington potrebbe tornare a usare la forza con l’obiettivo dichiarato di “annientare” la Repubblica islamica.

“Ho una grande decisione da prendere”, dice Trump. “Si farà un accordo con l’Iran che permetta loro di ricostruire e creare un Paese molto più grande di quanto sia mai stato prima, forse uno dei più grandi del Medio Oriente o persino del mondo? Oppure anniento la Repubblica islamica, e lo faccio rapidamente, senza dare loro mai più la possibilità di uccidere e distruggere persone e Paesi?”. Poi rincara: “Li spingo all’inferno, senza alcuna possibilità di sopravvivenza e senza speranza di futura grandezza o di generazioni future?”.
È il passaggio più duro di un discorso costruito intorno alla potenza americana e alla convinzione che i problemi internazionali non vadano lasciati maturare nell’attesa. “Mentre gli altri hanno parlato, io ho agito. Mentre gli altri hanno parlato di pace, io l’ho fatta. Mentre gli altri hanno ignorato le minacce, io le ho affrontate”, afferma Trump. E ancora: “Mentre gli altri hanno parlato di coraggio, l’America lo ha dimostrato. Mentre gli altri hanno promesso forza, io l’ho usata per rendere l’America il Paese più potente del mondo”.

Il contrasto con il discorso pronunciato un’ora prima da António Guterres, nello stesso Palazzo di Vetro, difficilmente potrebbe essere più netto. Nel suo testamento politico all’Assemblea Generale, il Segretario Generale dell’ONU aveva posto una domanda al centro del futuro dell’ordine internazionale: il potere sarà governato dal diritto o dalla forza, dalla cooperazione o dalla coercizione? E aveva concluso con la sua risposta: “Il potere del diritto deve prevalere sul diritto del potere”.

Trump non risponde direttamente a Guterres e non lo nomina. Ma il suo discorso sembra offrire, punto dopo punto, una visione quasi speculare. Dove Guterres chiede regole capaci di contenere il potere, Trump rivendica la libertà dell’America di esercitarlo. Dove il Segretario Generale invoca istituzioni multilaterali più forti, Trump traccia i loro confini: niente governo globale, niente tasse globali, nessuna Corte internazionale che pretenda autorità sugli americani, nessun sistema mondiale che controlli l’intelligenza artificiale. E dove Guterres affida al diritto il compito di frenare la forza, Trump ricorda al mondo che gli Stati Uniti possiedono quella forza e sono pronti, quando il Presidente lo ritenga necessario, a usarla. L’Iran è il caso più evidente. Trump difende la guerra iniziata a febbraio e dichiara finito il tempo in cui Teheran poteva essere “il bullo del Medio Oriente”. Accusa gli iraniani di aspettare le elezioni di midterm americane prima di raggiungere un accordo, ma assicura che il voto di novembre non influenzerà le sue decisioni: “Non entra nemmeno nella mia mente”. Durante questa parte del discorso, la delegazione iraniana lascia l’aula.

Dopo la minaccia di “annientamento”, Trump lascia comunque aperta la porta alla diplomazia. Invita gli altri Paesi a partecipare all’isolamento economico di Teheran e sostiene che un accordo potrebbe permettere all’Iran di ricostruirsi e diventare uno dei grandi Paesi del Medio Oriente. Ma avverte: “Come presidente della nazione più straordinaria della storia, non ho alcun interesse a lasciare che i pericoli crescano per un altro giorno. Non credo nel lasciare che i problemi marciscano”.

Sul Venezuela rivendica invece il risultato dell’operazione militare americana che ha portato alla cattura di Nicolßs Maduro e celebra il ritorno delle compagnie statunitensi nel settore petrolifero. Poi pronuncia una delle frasi più rivelatrici dell’intervento: “To the victor belong the spoils”, al vincitore appartiene il bottino. Gli Stati Uniti hanno ampliato il loro accesso al petrolio venezuelano e Trump presenta l’intesa raggiunta dopo la caduta di Maduro come uno dei maggiori accordi economici ottenuti dalla sua amministrazione. Cuba diventa invece il ponte fra politica estera e battaglia ideologica interna. Trump accusa il regime dell’Avana di avere coltivato rapporti con reti comuniste e radicali negli Stati Uniti e promette: “Il comunismo non arriverà mai in America, ma la libertà arriverà a Cuba”. Anche la delegazione cubana lascia l’aula durante il passaggio. Trump estende poi la sua dottrina della sicurezza all’intero emisfero occidentale. Paragona i cartelli della droga all’ISIS e avverte che gli Stati Uniti non permetteranno che minacce straniere si consolidino “alle nostre porte”. “Se necessario, useremo la nostra ineguagliabile potenza militare per garantire gli interessi nazionali vitali degli Stati Uniti“, dice.

Anche la Groenlandia entra in questa nuova geografia della sicurezza americana. Trump annuncia due grandi installazioni militari e presenta l’accordo con Danimarca e Groenlandia come uno strumento per consentire agli Stati Uniti di proteggere meglio non soltanto l’America, ma anche l’Europa.

Sull’Ucraina il tono cambia. Trump sostiene che la guerra con la Russia finirà presto, “più rapidamente di quanto la gente pensi“. Dice di essere rimasto colpito dal numero di giovani che, secondo le cifre da lui citate, continuano a morire ogni mese sui due fronti. Ma dal podio non illustra un nuovo piano negoziale né spiega quali compromessi dovrebbero accettare Mosca e Kiev. Annuncia il risultato, la pace, senza indicarne ancora il percorso.
Poi l’attacco alle istituzioni internazionali. Trump definisce la Corte penale internazionale una “rogue institution“, un’istituzione fuori controllo, e chiede ai suoi vertici di dimettersi immediatamente. Gli Stati Uniti non hanno ratificato lo Statuto di Roma e l’amministrazione Trump contesta da tempo la pretesa della Corte di esercitare giurisdizione su cittadini americani.

Trump non propone però di cancellare le Nazioni Unite. Al contrario, elogia il suo ambasciatore Mike Waltz per il lavoro sulle riforme e ripete un concetto che usa spesso: l’ONU possiede “un enorme potenziale”. Rivendica però contemporaneamente i tagli americani che hanno contribuito alla crisi finanziaria dell’organizzazione e delimita con precisione ciò che il multilateralismo non potrà diventare sotto la sua presidenza.

“Non esiste un governo globale e, finché sarò presidente, non ci saranno tasse globali“, afferma. Trump cita come esempio il suo intervento contro il progetto dell’International Maritime Organization per introdurre un meccanismo globale sul carbonio nel trasporto marittimo, presentandolo come la dimostrazione che Washington non permetterà a organismi internazionali di imporre nuovi costi agli Stati Uniti.

Lo stesso schema ritorna sull’intelligenza artificiale, alla quale Trump dedica un lungo passaggio. Gli Stati Uniti, afferma, “respingono qualsiasi tentativo di costruire uno schema globalista per controllare l’intelligenza artificiale”. Non vuole frenare una tecnologia che considera destinata a cambiare il mondo. Propone persino di cambiarle nome: non più Artificial Intelligence, AI, ma “Super Intelligence”, SI. La tecnologia dovrà essere controllata, sostiene, ma non incatenata. Gli Stati Uniti non intendono ritirarsi dalla nuova frontiera né lasciare ad altri la leadership della rivoluzione tecnologica.

Anche qui il contrasto con Guterres è quasi perfetto: poche ore prima il Segretario Generale aveva indicato proprio l’AI come uno dei quattro grandi test del potere del futuro, chiedendo regole multilaterali, supervisione indipendente e meccanismi internazionali capaci di impedire che una tecnologia sempre più potente sfugga al controllo umano. Trump riconosce il rischio, ma respinge esplicitamente una governance globale e insiste sul fatto che l’America non si ritirerà dal futuro.

C’è anche un breve momento personale. Trump indica Melania, presente in aula, e ne elogia il lavoro per favorire il ritorno dei bambini ucraini deportati o trasferiti in Russia, ricordando anche il suo intervento al Consiglio di Sicurezza.

Alla fine, il Trump che parla quest’anno all’ONU appare meno ostile alla platea rispetto al passato e arriva persino a chiamare quelli presenti in aula “great leaders“, ma non meno netto nella sua concezione del ruolo americano. L’ONU può essere utile, purché non diventi un’autorità sopra gli Stati; la tecnologia deve essere controllata, ma non da un governo globale; la Corte penale internazionale non può pretendere autorità sugli americani; gli accordi sono preferibili, ma dietro la diplomazia deve esserci la forza.

Poche ore separano così due discorsi che sembrano rispondere in maniera opposta alla stessa domanda sul potere. Per Guterres, “il potere richiede regole” e deve rispondere al diritto. Per Trump, la pace nasce innanzitutto dalla capacità americana di agire, negoziare da una posizione di forza e, quando lo ritenga necessario, usare quella forza.
Con l’Iran lo ha detto senza eufemismi: un accordo che permetta al Paese di ricostruirsi oppure la possibilità di “annientare la Repubblica islamica”. Dal podio creato per la diplomazia mondiale, quella parola usata da Trump, annientare, è destinata a restare come una delle immagini più forti del suo discorso.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).