ROMA (ITALPRESS) – Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa cronica che colpisce soprattutto il sistema motorio, ma può coinvolgere anche funzioni cognitive e comportamentali: a livello biologico si manifesta con la progressiva degenerazione dei neuroni che producono dopamina in una specifica area del cervello, la substantia nigra; la carenza di dopamina compromette la regolazione dei movimenti. I sintomi principali del Parkinson sono tremore a riposo, rigidità muscolare, lentezza nei movimenti e instabilità: in alcuni casi si manifestano anche alterazioni del sonno, depressione, perdita dell’olfatto e difficoltà cognitive, soprattutto nelle fasi più avanzate. In Italia si stima che la malattia colpisca circa 250 mila-300 mila persone, con un’incidenza che aumenta con l’età soprattutto dopo i sessant’anni: le cause non sono ancora del tutto chiarite, nella maggior parte dei casi si tratta di forme legate a una combinazione di fattori genetici e ambientali.
“Mentre la malattia di Parkinson viene ancora diagnosticata su alcuni sintomi motori, come il rallentamento dei movimenti e la rigidità, in realtà sappiamo bene che ci sono tanti altri sintomi non motori che creano diversi problemi a chi ne soffre: questi sintomi sono tra i più variegati, dalla perdita dell’olfatto ai disturbi della fase Rem del sonno; inoltre i pazienti possono avere problemi di umore, depressione, dolore, stipsi”, ha detto Ioannis Isaias, direttore del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’Asst Gaetano Pini-Cto di Milano, intervistato da Marco Klinger per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress.
Benché la malattia di Parkinson tenda a insorgere in età abbastanza avanzata, in particolare tra i 60 e i 65 anni, Isaias evidenzia come “ci sono diversi pazienti che hanno un esordio da giovani, anche prima dei quarant’anni: questi sintomi non devono allarmare, però bisogna tenerne conto. Il sonno Rem per chi non ha la malattia di Parkinson è qualcosa di molto rilassante, al contrario chi ce l’ha lo vive con grandi movimenti, a volte dando anche pugni o calci, o con grandi vocalizzazioni”.
Grandi passi avanti sono stati fatti nella comprensione della malattia: eppure, spiega il direttore del Centro Parkinson del Pini, “non abbiamo ancora una risposta conclusiva: sicuramente ci sono due fattori ovvero quelli genetici, che sono prevalenti in quelle forme giovanili, e quelli ambientali, che sono altrettanto importanti. C’è tantissima ricerca sul Parkinson, mirata soprattutto allo studio di una proteina: stiamo per iniziare nuovi progetti e studi farmacologici con farmaci che la aggrediscono, con l’obiettivo proprio di rallentare la progressione della malattia. In Italia gli studi parlano di circa 300mila persone che ne soffrono, ma sicuramente sono molte di più: nell’ultimo periodo è cresciuta l’incidenza negli over 60-65 ed è destinata ad aumentare. Dieci anni fa sarebbe stato difficile prevenire il Parkinson, ora invece abbiamo due suggerimenti in particolare: l’attività fisica, che si può fare anche da casa per mezz’ora al giorno, e l’alimentazione, con il ritorno a una dieta mediterranea. Questo è molto importante, abbiamo infatti notato una sorta di associazione tra un pre-diabete e la malattia di Parkinson: così, anche se non si previene l’insorgenza della malattia, la si sposta in avanti di 5-10 anni. In casi come quello di Muhammad Alì si parla di Parkinson traumatico, nello specifico pugilistico: i colpi ricevuti possono aver dato danni vascolari che hanno colpito proprio quelle regioni che producono la dopamina”.
Al Pini, aggiunge, “offriamo la possibilità di portare direttamente nell’intestino il farmaco più efficace per la malattia di Parkinson, ovvero la levodopa, grazie a un’infusione con delle pompe che vengono indossate dal paziente: tale intervento può essere sottocutaneo o appunto in intestino, dove il farmaco viene assorbito in modo da stabilizzarne il beneficio; in questo modo si evitano blocchi motori improvvisi o movimenti involontari. I farmaci sono di grande aiuto nel controllo dei sintomi: questo significa garantire al paziente la possibilità di mantenere attivi il lavoro, gli interessi, gli hobby e in questo modo agire sull’invecchiamento”.
Altrettanto importanti, conclude Isaias, i progressi di carattere terapeutico su “terapie infusionali, neuromodulazione, strategie preventive per rallentare la progressione della malattia di Parkinson: la cosa importante è affidarsi a centri specialistici per gestire da subito le varie problematiche, per garantire ai pazienti un’ottima qualità di vita”.
– foto tratta da video Medicina Top –
(ITALPRESS).
