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Iran, ridimensionata l’ipotesi di un’azione militare americana. Per l’ONG Hrana sono almeno 2.677 le vittime

ROMA (ITALPRESS) – Dopo giorni di tensione altissima e minacce di intervento armato imminente, l’amministrazione Trump ha sensibilmente ridimensionato l’ipotesi di un’azione militare diretta contro l’Iran. Il presidente americano, che nei giorni scorsi appariva determinato a lanciare “colpi rapidi e decisivi”, ha adottato nelle ultime ore un tono più cauto e orientato alla de-escalation. Fonti regionali vicine a diversi governi del Medio Oriente hanno rivelato al Financial Times l’esistenza di una fitta rete di contatti diplomatici – alcuni dei quali diretti tra Washington e Teheran – che hanno contribuito a scongiurare, almeno per il momento, un’escalation militare. Secondo cinque fonti informate, diverse capitali arabe e non solo hanno esercitato pressing sull’amministrazione americana affinché mostrasse moderazione, avvertendo che un attacco contro l’Iran avrebbe provocato danni immediati ai Paesi vicini e un’impennata drammatica dei prezzi del petrolio a livello globale

Un alto funzionario arabo ha dichiarato ad al Arabiya: “Il livello di escalation è stato ridotto per ora. Washington ha deciso di concedere tempo ai colloqui con Teheran per verificare fino a dove possono arrivare”. Le stesse fonti hanno confermato che attraverso questi canali segreti – probabilmente facilitati da mediatori come la Russia o il Sultanato dell’Oman – i responsabili iraniani hanno rassicurato gli Stati Uniti sul fatto che non sono previsti ulteriori esecuzioni capitali nei confronti dei manifestanti, e che il bilancio delle vittime è inferiore a quanto circolato all’estero. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato ieri che “erano previsti circa 800 esecuzioni, ma sono state fermate”, aggiungendo che il presidente Trump ha avuto colloqui con il premier israeliano Benjamin Netanyahu sull’intera vicenda.

Parallelamente alla diplomazia, però, il dispositivo militare americano resta attivo: immagini satellitari e fonti diplomatiche confermano che il gruppo portaerei USS Abraham Lincoln sta dirigendosi verso il Medio Oriente, insieme a diverse unità di scorta provenienti dal Mar Cinese Meridionale. L’arrivo nella regione è previsto entro una settimana circa, secondo quanto riportato dal New York Times. Esperti militari e ex funzionari del Pentagono ritengono che Washington non abbia necessariamente bisogno di un massiccio schieramento per condurre un’operazione significativa, ma che l’amministrazione stia comunque rafforzando le proprie posizioni in via precauzionale, in considerazione delle minacce di rappresaglia iraniana. Gli stessi analisti sottolineano tuttavia che attacchi aerei isolati difficilmente potrebbero destabilizzare il regime di Teheran e rischierebbero invece di innescare una reazione a catena imprevedibile in tutta la regione.

PER ONG HRANA 2.677 MORTI DA INIZIO PROTESTE

Sono almeno 2.677 le persone uccise nel corso delle proteste scoppiate in Iran il 28 dicembre soccorso contro la svalutazione della moneta locale, il rial, e contro il regime. Lo rende noto l’agenzia degli attivisti per i diritti umani (Hrana) nel bollettino aggiornato a ieri, diciannovesimo giorno di proteste. La cifra comprende anche 16 minori e 20 civili che non stavano manifestando. Inoltre, sono stati uccisi 163 membri delle forze di sicurezza o persone affiliate al regime.

L’organizzazione rivela che altre 1.693 morti sono al vaglio. L’Ong afferma che ieri ci sono state proteste in 187 città iraniane, nonostante il blocco totale dei sistemi di telecomunicazione. Per quanto riguarda gli arresti, è stata confermata la detenzione di 19.097 persone. Inoltre, Hrana riporta di 115 casi di confessioni forzate e 2.677 persone con ferite gravi. A causa della difficoltà di comunicazione, il numero delle vittime potrebbe essere diverso da quello indicato da Hrana.

TELEFONATA TRA PUTIN E NETANYAHU

Conversazione telefonica tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sulla situazione in Medio Oriente e in Iran. Lo rende noto il Cremlino, sottolineando che Putin ha delineato i suoi approcci fondamentali per intensificare gli sforzi politici e diplomatici per garantire stabilità e sicurezza nella regione. È stata confermata la disponibilità della Russia a proseguire i suoi sforzi di mediazione e a promuovere un dialogo costruttivo con la partecipazione di tutti gli Stati interessati. Si è concordato di proseguire i contatti a vari livelli.

WITKOFF “SPERO CI SIA UNA SOLUZIONE DIPLOMATICA”

L’inviato speciale degli Stati Uniti per le missioni di pace, Steve Witkoff, ha affermato che l’amministrazione Trump preferisce una soluzione diplomatica, piuttosto che militare, alle tensioni in corso con l’Iran, innescate dalla repressione del regime contro i manifestanti. Durante un’intervista sul palco della conferenza del Consiglio israelo-americano in Florida, alla domanda su un probabile attacco militare statunitense contro l’Iran, Witkoff ha risposto: “Spero che ci sia una soluzione diplomatica. Lo spero davvero”.

L’inviato statunitense ha affermato che un accordo diplomatico con l’Iran affronterebbe quattro questioni: “l’arricchimento dell’uranio; la riduzione dell’arsenale di missili; la quantità di materiale nucleare effettivo che possiedono; i proxy”. Secondo Witkoff, l’Iran potrebbe essere disposto a scendere a compromessi su tutte e quattro le questioni, data la situazione critica della sua economia. “Se vogliono tornare alla Società delle Nazioni, possiamo risolvere diplomaticamente questi quattro problemi, e questa sarebbe un’ottima soluzione. L’alternativa è pessima”, ha concluso.

NETBLOCKS, BLACKOUT INTERNET DA OLTRE 180 ORE

Il blocco di internet in Iran, imposto a seguito delle proteste contro il governo, prosegue oramai da oltre 180 ore, ovvero quasi otto giorni. Lo stima Netblocks. La connettività è stata bloccata lo scorso 8 gennaio, dopo circa dieci giorni dall’inizio delle proteste contro il carovita e contro il regime. Il blocco influisce sulla capacità degli utenti di accedere alle informazioni e di comunicare. L’assenza di internet impedisce di conoscere il numero reale di vittime provocate dalla repressione. “Con 180 ore, il blackout totale di Internet in Iran ha superato la durata del blocco del 2019, e non si è ancora verificato alcun ripristino parziale o regionale. Solo dopo il ripristino della connettività nel 2019 è stata resa nota la portata della brutale repressione”, scrive Netblocks.

– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).